Essere di sinistra – Gianni Pardo

Moltissime persone che votano a sinistra non sanno perché lo fanno. Ma l’ignoranza non è un’esclusiva della politica. La maggior parte delle posizioni religiose, sociali e culturali sono adottate e vissute con estrema superficialità.
Chi si dichiara di sinistra normalmente non conosce la storia di questo movimento, dal socialismo utopistico francese in poi. Non conosce le teorie di Karl Marx. Non conosce la storia politica degli ultimi due secoli. In generale, il votante di sinistra della sinistra non sa niente. E per cominciare ignora del tutto l’economia. E allora, che cosa intende, per “essere di sinistra”? Ecco un problema che non si pone. Forse vi risponderebbe che “ogni persona perbene è di sinistra”.
Infatti, per la maggior parte dei cittadini essere di sinistra non ha nulla a che vedere con l’economia o con la politica: è semplicemente una posizione morale. Una risposta all’interrogativo: siete per la bontà o per la cattiveria? Per la solidarietà o per l’egoismo? Per la giustizia o per l’ingiustizia? In una parola: per il bene o per il male? Questa distinzione manichea spiega perché indistintamente tutti coloro che si sentono “di sinistra” si considerano moralmente superiori. Infatti tutti gli uomini di destra – cioè tutti quelli che non sono di sinistra – sono per la cattiveria, l’egoismo, l’ingiustizia e il male. Il discrimine, come si vede, non è logico o intellettuale, politologico o economico: è essenzialmente affettivo. E si nutre di conformismo.
Il mondo della scuola, pressoché unanimemente di sinistra, ne è un buon esempio. In esso si muove gente che vive di stipendio fisso e il cui lavoro non è mai sottoposto a controlli di rendimento. Dunque il genio della cultura e dell’insegnamento guadagna quanto l’ignorante scansafatiche. Quello che non insegna niente e promuove tutti. Ed ora chiediamoci: perché promuovere un somaro è “di sinistra” mentre bocciarlo è “di destra”?
Tutto dipende dal criterio di valutazione. Il professore di sinistra pensa che, se quell’alunno ha risposto male alle interrogazioni, è perché non gli hanno insegnato le cose nel modo giusto; perché non gli sono state offerte le condizioni giuste affinché studiasse; perché i professori non si sono interessati di lui in modo speciale, come meritava; infine (addirittura) perché è intellettualmente ipodotato e ci si deve chiedere: è forse responsabile di questa inferiorità? Dunque va promosso “per motivi morali”.
Per il docente di sinistra la bocciatura o la promozione non certificano l’acquisizione, o la mancata acquisizione, delle nozioni minime richieste ma il livello morale del discente. E questo ha completamente rovinato la scuola italiana. Che senso ha rilasciare il diploma di ragioniere ad uno che non saprebbe fare il ragioniere? E perché rilasciare un diploma di Scuola Media Inferiore a chi non è alfabetizzato? È come mettere il cartello: “Questa è una torta” su una forma di pane ammuffito.
L’uomo di sinistra non parte dalla realtà, ma dal sentimento. Se gli operai di una certa fabbrica guadagnano troppo poco, pensa che lo Stato dovrebbe imporre alla fabbrica di pagarli di più. Senza chiedersi se per caso la fabbrica non sia marginale tanto che, se aumenta i costi, chiude. Per lui è evidente: se il datore di lavoro non li paga di più, è perché è cattivo e si mette in tasca quello che non dà agli operai. Il che potrebbe perfino essere vero, ma bisognerebbe accertarlo, non presumerlo. Purtroppo la realtà concreta è troppo prosaica per occuparsene. Basta creare un “salario minimo” e tutti gli italiani saranno benestanti. E poi ci si meraviglia del lavoro nero.
Se proprio si tenta l’impresa titanica di spiegare un po’ di economia all’uomo di sinistra, si sbatte contro la panacea di tutti i mali: l’azione dello Stato. Se la fabbrica non può aumentare i salari intervenga lo Stato, ripianando il deficit, a spese dei contribuenti realmente produttivi. L’Italia ha sprecato quattordici miliardi di euro per non chiudere un’impresa economicamente fallita come l’Alitalia.
E così si arriva al nocciolo della questione. Dinanzi ad ogni dilemma l’uomo può scegliere la soluzione logica (ammesso che la conosca) o la soluzione sentimentale. La prima indica quella più utile per tutti, la seconda quella che fa sentire buoni, sensibili, caritatevoli (sempre a spese altrui, beninteso).
Se il dilemma è fra bene e male, chi può onestamente scegliere il male? Ecco come si spiega che tanta gente voti per l’ideale, per la soluzione miracolistica, per il paradiso in terra. Ed ecco perché, come ha detto Luca Ricolfi, gli uomini di sinistra sono “antipatici”. Il loro senso di superiorità morale è talmente forte che essi si credono infallibili, eternamente dal lato della ragione e in diritto di trattare tutti dall’alto e giudicarli. Severamente.
Il successo mondiale del comunismo si spiega col fatto che molti non hanno mai guardato alla situazione che si è realizzata nei Paesi dove esso ha governato (si pensi all’attuale Venezuela) ma ai suoi slogan, alle sue speranze, alle sue promesse. Come si potrebbe non essere per l’uguaglianza di tutti? per la prosperità di tutti? per la fine dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo? per l’eliminazione dei privilegi e delle rendite? per una società felice in cui gli ultimi sono aiutati e rispettati? Il fatto che questi ideali siano irrealizzabili, e che comunque il comunismo non li abbia mai realizzati, non ha avuto importanza. Ed è così che il comunismo ha dominato il mondo.
La voglia di credere a queste fandonie è stata tale che, ogni volta che la verità trapelava dalle dittature comuniste gli idealisti preferivano credere che quelle evidenze fossero calunnie. Il complotto dei cattivi si attivava per negare la felicità di chi aveva abbracciato la dottrina salvifica.
Il comunismo, nei Paesi che non lo hanno vissuto sulla loro pelle, non è stato annientato dall’evidenza del suo insuccesso, ma dalla dichiarazione di fallimento proclamata dalla più alta cattedra di quella dottrina: cioè da un congresso del Partito Comunista dell’Unione Sovietica. Gli allocchi occidentali hanno accettato di vedere quello che avevano sotto gli occhi soltanto quando glielo ha mostrato Khrushchev, il Papa stesso di quella falsa religione. Prima, per decenni, hanno avuto il coraggio di credere che sotto Stalin la gente vivesse bene.
Essere di sinistra significa avere buoni sentimenti e totale mancanza di senso del reale. Essere di sinistra significa credere che si combatta la povertà facendo la carità allo storpio dinanzi alla chiesa. Essere di sinistra significa fare la cosa che sembra giusta nel brevissimo termine, senza chiedersi se non sia rovinosa a medio e lungo termine. Essere di sinistra significa essere intellettualmente minorenni e vantarsene per giunta.
Ma gli uomini di sinistra in questo campo hanno una giustificazione storico-culturale, anche se non la conoscono. E dire che è il motivo per il quale, dopo il Settecento, i cervelli europei sembrano funzionare a singhiozzo.
Nella seconda metà del Settecento nacque in Francia una sorta di opposizione all’Illuminismo. Si era stanchi della fredda ragione e la moda divenne quella della “sensibilità”. Rousseau si propose come il leader e l’interprete di questa nuova tendenza, contrapponendo alla razionalità illuministica l’affettività pre-romantica. A suo parere, la bussola dell’uomo dabbene era e doveva essere il sentimento. L’uomo che ragiona, per lui, era corrotto e malvagio, mentre “l’uomo che sente” e segue il suo cuore, era “l’uomo di natura”, l’uomo giusto, l’uomo incorrotto. L’istinto è guida migliore della logica.
Questa dottrina funesta uccise in concreto l’Illuminismo. Separò la scienza dal sentire comune. Risuscitò la religione (annullandone la dottrina e riducendola a sentimento; si legga Chateaubriand). Insomma ammorbò a tal punto l’intelligenza che ancora oggi la razionalità non ha diritto di cittadinanza e perde se si scontra con “i buoni sentimenti”.
L’Illuminiamo ha rappresentato il punto più alto della razionalità umana, ma deve essersi trattato di uno sforzo insostenibile. Infatti da un lato la scienza e la tecnologia hanno fatto passi da gigante, dall’altro la mentalità dell’uomo medio, ridivenuta infantile, se ne è allontanata nella direzione contraria. Verso il passato e la mentalità del primitivo.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
20 gennaio 2022

La mano invisibile – di Gianni Pardo

Lo statalismo è la tendenza ad affidare allo Stato la massima quantità di compiti per dirigere e regolare l’attività sociale, fino al panstatalismo sovietico delle origini. Questa tendenza nasce dall’idea che lo Stato, essendo impersonale, è sempre onesto e disinteressato. Naturalmente chi pensa questo dimentica che, come si dice, le istituzioni camminano sulle gambe degli uomini. Poi si pensa che lo Stato si occupi dei più deboli e dei più poveri, il che è vero, ma dimenticando che, quando dà uno ad alcuni, prende due ad altri. Così diviene un parassita e un fabbricante di miseria. Ma non c’è niente da fare. La leggenda delle virtù dello Stato è immortale (Hegel lo ha quasi deificato) perché è appassionatamente coltivata da coloro che sperano di trarne profitto. Gli invidiosi, per cominciare. E poi gli incapaci e i molti che pensano di non avere nulla da perdere. E si sbagliano. Perché probabilmente hanno una libertà di cui non sempre i cittadini hanno fruito. Come non ne fruivano certo i russi negli Anni Trenta. Anzi, dal 1917 al 1990 e oltre.

Ma fra gli aspetti più curiosi di questa leggenda della positività dello Stato ve n’è uno veramente sorprendente e diffuso: si reputa che, in materia di economia, lo Stato ne capisca più dei privati; e proprio per questo debba sempre dirigerla e correggerla. Ad esempio, se una categoria di imprese si trova in difficoltà (per esempio gli allevatori di cavalli quando si è diffusa l’automobile) per gli statalisti è normale che, a spese degli altri contribuenti, lo Stato gli offra un sostegno finanziario, o tassi di più l’automobile, per lasciare uno spazio alle carrozze.
Si noti che, dal punto di vista degli statalisti, questi provvedimenti sono “giusti e umani”. Non c’è ragione che gli allevatori, i fabbricanti di carrozze, i coltivatori di foraggio e via dicendo si trovino improvvisamente a perdere la loro attività. “Vanno aiutati”, “Sono dei padri di famiglia”. Ciò di cui non si accorgono, gli statalisti, è che se un prodotto è condannato dal mercato, non c’è Santo in cielo che possa salvarlo. Dunque tutti quei provvedimenti “umani e giusti” non fanno che ritardare, a spese dei contribuenti, un fatto inevitabile. Distruggendo ricchezza.
Lo stesso vale se, nella produzione di una merce, uno Stato estero riesce ad operare più economicamente di noi. Se noi, per permettere di sopravvivere alle imprese che non reggono la concorrenza, mettiamo un dazio sulla merce straniera, costringiamo i nostri cittadini a pagare cento ciò che potrebbero avere a settanta. E a non spendere trenta in altri prodotti. Insomma, pressoché ogni volta che lo Stato mette le mani nell’economia, la sua azione si traduce in una distruzione di ricchezza.
L’errore di questa teoria è credere che, se non intervenisse lo Stato, le cose andrebbero male. E questo è un errore. Il padre dell’economia classica, Adam Smith, ha infatti capito che il mercato si aggiusta da sé. I fabbricanti di carrozze costruiranno automobili. Gli allevatori di cavalli alleveranno bestiame da macello. E via dicendo. Quello che nelle società stataliste si fa con ritardo, e dopo avere inutilmente resistito, nello Stato liberale si fa subito e a costi minori. L’Alitalia finirà al macero, ma dal momento che il nostro Paese è statalista, finirà al macero dopo che ai contribuenti sarà costata circa quattordici miliardi di euro. Applausi.
Smith ha sostenuto che nella società c’è una “mano invisibile” che corregge gli errori di mercato. Faccio un esempio teorico. A causa di una congiuntura negativa, imperversa la disoccupazione e i lavoratori, pur di non morire di fame, offrono le loro prestazioni a un prezzo bassissimo. Per dire, lavorano una giornata per venti euro. Ovviamente sono sfruttati, la situazione è immorale, tutto ciò che si vuole. Ma per il momento non ne teniamo conto.
Se il costo del lavoro è pressoché irrisorio, imprese che avevano dovuto chiudere, o che non aprivano, rientrano in gioco. Presto ci saranno meno disoccupati e, per assumerli, bisognerà pagarli meglio, strapparli a coloro che li avevano assunti prima. Così arriva il momento in cui si torna all’equilibrio.
Se la macchina automatica è lasciata libera di operare, i lavoratori sono pagati il giusto. E quando dico “il giusto” non intendo, come dice assurdamente la Costituzione Italiana, il necessario “per sostenere la propria famiglia”, ma una somma quale risulta dal libero gioco della domanda e dell’offerta. Se un calciatore è pagato milioni e un professore di filosofia è pagato una miseria, è perché la gente si diverte di più col calcio che con la filosofia.
Questa teoria della “mano invisibile” è vista come il fumo negli occhi da tutti gli uomini di sinistra. Infatti essa non rende popolari agli occhi degli elettori, e soprattutto toglie potere ai politici. Se l’economia si regola da sé, che cosa regola il ministro dell’economia? E come può favorire gli amici (anche per categorie) e sfavorire i nemici (anche per categorie)?
Si può tuttavia dare una dimostrazione “obliquamente” economica della “mano invisibile” . Ponetevi questa domanda: “Chi distribuisce la popolazione nel territorio?” In uno Stato di diritto la risposta non può essere che: “Nessuno”. Ognuno va a vivere dove gli pare. Dove trova un lavoro, dove le case costano meno, dove abita uno zio, dove il clima è gradevole, semplicemente nel posto dove è nato. Ché se poi, dove vive, qualcuno si trova male, si trasferisce. In Italia, negli Anni Cinquanta, c’era lavoro al Nord e non c’era lavoro al Sud, sicché non so quanti calabresi e siciliani sono andati a vivere in Piemonte, e ormai i loro nipoti sono piemontesi doc.
Ora immaginiamo che ci sia un Ufficio Collocazione della Popolazione nel Territorio. Un ufficio cui fare domanda per trasferirsi da una casa all’altra, da una città all’altra: si riesce ad immaginare la quantità di guai che riuscirebbe a combinare un simile ufficio, sia pure nella più perfetta buona fede? La mano invisibile invece opera liberamente ed efficacemente, e nessuno ha da lamentarsi.
Ebbene, è lo stesso in economia. Il miglior giudice di ciò che conviene all’individuo è l’individuo stesso. Una società libera penalizza gli inferiori, ma produce tanta ricchezza da provvedere anche a loro: si pensi alla Svizzera. Mentre una società collettivista, come la Russia sovietica o la Cina maoista, conosce non solo l’appetito, ma la morte per fame.
Gianni Pardo 

L’origine del male e il manicheismo – di Gianni Pardo

L’idea che la realtà sia dominata da un Dio buono e da un Dio cattivo, in costante conflitto, è estranea alla mentalità occidentale contemporanea. Dopo quasi duemila anni di Cristianesimo, la convinzione generale è che ci sia un solo Dio, infinitamente buono. Ma questa convinzione lascia scoperto il problema del Male.

Il Male – sotto forma di sofferenza, malattia, guerra, morte – esiste eccome. E non si capisce come sia sorto, se si pensa che tutto deriva da un Dio infinitamente buono e senza concorrenti. Né più chiaro è come mai Egli permetta che esso dispieghi spesso e incontrastato le sue immense forze. Nel Settecento Voltaire ironizzava pesantemente, ma non senza ragione, sul “Disastro di Lisbona”, cioè sul terremoto che distrusse totalmente la città e i cui enormi danni arrivarono fino in Marocco. Quanto a noi contemporanei, non possiamo non pensare ad Auschwitz e agli altri “mulini” di morte del periodo nazista.

I teologi ovviamente si sono occupati del problema e lo hanno risolto (?) sostenendo che Dio non è colpevole del Male, perché del male sono colpevoli gli uomini, che fanno un cattivo uso del loro libero arbitrio. Dunque della Shoah sono colpevoli i nazisti, non Dio. Ma chi è colpevole del terremoto del 1755 e dell’enorme quantità di morti provocati da quell’evento, bambini inclusi? E ancora: se Dio ha creato gli uomini per farli felici (bonum est diffusivum sui) che bisogno aveva di regalargli il libero arbitrio, col quale potevano mettersi nei guai, come effettivamente hanno fatto? Quale padre, potendolo, non evita di regalare una motocicletta da trecento all’ora ai figli? E un padre onnipotente non approfitterebbe delle sue capacità per togliere ai figli anche il desiderio, della motocicletta? Ma oggi non è questo il problema che interessa.

Il problema che si vuole discutere qui è se gli uomini pensano veramente, e non soltanto a parole, che ci sia un solo Dio oppure hanno convinzioni simili ai tanti che, nell’antichità, credevano nell’esistenza di un Dio buono e di un Dio cattivo. Fra cui i devoti di Mani.

La prima constatazione è che tutti attribuiscono a Dio, manifestando gratitudine, gli eventi positivi che avrebbero potuto essere negativi e non lo sono stati. Se crolla un ponte su un fiume, e il treno che doveva passarci sopra viene fermato in tempo, si dice che centinaia di passeggeri “non sono morti per miracolo”. E così si attribuisce a Dio l’intervento che ha fermato il treno. Ma se inmvece il disastro si verifica? In questo caso tutti parlano di Malasorte, di Destino, di Sfortuna, e la cosa non ha senso. Perché né l’inesistente Destino, né l’inesistente Malasorte hanno voluto la morte di quei passeggeri. E chi l’ha voluta, allora?

Le conseguenze di una possibile risposta a questa domanda sono tutt’altro che trascurabili. Infatti, se si dice che il ponte è crollato a causa della sua vetustà o della sua cattiva manutenzione, se cioè si mette in gioco la causalità materiale, è facile riconoscere che anche l’albero caduto sulla via ferroviaria, fermando il treno prima che arrivasse sul ponte, è caduto per la stessa causa materiale e non per miracolo. E se invece si insiste a dire che gli avvenimenti positivi (lo scampato pericolo del treno, la guarigione da un cancro, la pioggia che salva dalla siccità e mille eventi di questo genere) si sono verificati per miracolo, è segno che , quando non si verificano, Dio non è intervenuto. Forse non poteva intervenire. O infine il Dio del Male è stato più forte di lui.

Malgrado il monoteismo ereditato dall’ebraismo, l’esigenza di ipostatizzare il Male facendone un soggetto attivo è stata tanto forte da creare la figura di Satana, del Maligno, del Diavolo. Ora, a parte che non si vede che cosa gliene venga, al Diavolo, dei bambini morti nel terremoto del 1755, se Dio è onnipotente, perché ha tollerato questo antagonista, un antagonista che induce al male coloro che Dio ama e Lui stesso ha creato per avere il piacere di renderli felici?

Nell’antichità tanto i pagani quanto gli ebrei e i cristiani ipotizzavano delle divinità facili alla collera. Le violenze degli dei greci non si contano. Le Dieci Piaghe d’Egitto, l’annegamento dell’intero esercito egiziano nel Mar Rosso, la distruzione di Sodoma e Gomorra, ci parlano di un Dio (quello nostro) che non sarebbe alieno dal punire gli uomini senza distinguere i colpevoli dagli innocenti. Ovviamente tutto ciò è assolutamente contrario alla sensibilità contemporanea, ed oggi nessuno osa far risalire a Dio un evento immenso e tragicamente negativo come l’epidemia di “Spagnola”. Ma questo aver tolto l’influenza negativa di Dio sulla Terra ha contemporaneamente lasciato scoperto il lato negativo della realtà, e la gente lo riempie come può.

Qualcuno pensa che Dio non può tutto. Qualcun altro dice “che ha le sue ragioni” (quali, se si pensa ad Auschwitz?). Qualcuno afferma pensoso che se Dio non è intervenuto non ha inteso intervenire, ma allora a che serve il fatto che sia buono? E a che serve che lo si preghi, se poi tutto sembra abbandonato all’inesorabile legge di causalità?

Forse i manichei non avevano tutti i torti. La loro realtà, dal punto di vista teologico, era molto più comprensibile della nostra. Tanto che si potrebbe concludere sostenendo che, se si ha un punto di vista teistico, la soluzione più logica è quella del conflitto fra un Dio buono e un Dio cattivo. Se invece si è atei, basta riconoscere che le cose seguono la legge di causalità. Una legge che niente e nessuno turba: né quando ci favorisce né quando ci uccide.

 

Philosophari – di Gianni Pardo

Quando avevo dodici o tredici anni i compagni di gioco mi irridevano chiamandomi “filosofo”. Sono cresciuto e sono diventato vecchio – nel momento in cui scrivo ho superato da tempo gli ottant’anni – e filosofo non lo sono affatto divenuto. Ho visto divenire professori di filosofia persone che al pensiero si interessavano più o meno quanto un carrozziere o un salumiere, mentre io in questo campo non ho fatto un passo e da autentico professionista sono stato soltanto un pensionato. Non ho nemmeno letto molte opere di filosofi, anzi quasi nessuna. Di ogni sistema di pensiero m’è interessata solo la sintesi, quale può darla un buon testo universitario o di divulgazione. Troppi filosofi si sono lanciati in complessi e sistematici modelli di pensiero fondati su un assunto mitologico e personale, basti pensare allo Spirito di Hegel.

Non ho mai avuto abbastanza tempo e abbastanza pazienza, per leggere grandi libri. E non parliamo poi degli autori di cui si sa che hanno scritto libri “grandi e difficili”, come Hegel, appunto. Di lui non tenterei di leggere una pagina perché il nulla non ha sapore neppure in confezione regalo. Al riguardo la penso come Schopenhauer. Ho letto molto di più Voltaire, perché sa anche essere divertente. Montaigne, perché è un amico. Nietzsche, perché certi suoi pensieri (a volte contenuti in brevissimi aforismi) sono lampi di luce folgoranti e indimenticabili. E se ho letto un grosso libro di filosofia è stato quando esso era grosso come numero di pagine, ma piccolo, per quanto riguardava ogni singolo argomento. Ad esempio la Storia della Filosofia Occidentale di Bertrand Russell. E questo anche perché quel gentiluomo ha il senso dell’umorismo e in fondo non sembra prendere molto sul serio né i filosofi né la filosofia.

Sarei dunque assolutamente abusivo, nella confraternita dei filosofi. Né questa esclusione potrebbe provocarmi un dolore, perché verso di loro non ho mai sentito il minimo sentimento di reverenza. Al massimo di simpatia, quando ho potuto considerarli persone che avrei amato frequentare, come Socrate, Hume o Russell, appunto. I grandi nomi, le grandi cariche non riescono ad impressionarmi. Il Papa è per me un signore che ama vestirsi in modo curioso. Ma ci sono perfino periodi dell’anno in cui la gente comune può vestirsi come meglio crede.

Ciò che forse val la pena di dire, per onestà, è che il mio non essere un filosofo è stato in un certo senso conseguenza della mia filosofia. Un po’ come Rousseau, che i libri pongono fra gli illuministi, lui che odiava a morte gli illuministi e l’Illuminismo. Il fatto è che il libro della mia filosofia, invece di scriverlo, e magari imporlo ad incolpevoli studenti universitari, l’ho semplicemente vissuto. Come Socrate. Soltanto che, diversamente da Socrate, non ho meritato nessun Platone accanto a me.

Ora chiunque sghignazzerà: “Vuoi vedere che questo imbecille vuole paragonarsi a Socrate?” E allora mi spiego meglio.

Immaginiamo un pittore convinto che la pittura sia morta. Per coerenza, la sua unica opera possibile sarà una tela bianca. E infatti per un mese o due egli appende al muro una tela, come sua opera; poi se ne stanca, va ad aggiungerla alla collezione, in cantina, e appende al muro una nuova tela bianca. Direte che è un pazzo, naturalmente, ma non rimane un pittore? Io sono un filosofo come quel pittore è un pittore. La mia teoria filosofica mi ha ridotto all’afasia. A meno che non siate tanto generosi da chiamare pittore qualcuno che si limita a contemplare tele bianche.

Tutto cominciò quando, ragazzino, fui “convertito” al Cattolicesimo da un amico appena più anziano di me che mi parlò di Aristotele e di Tommaso d’Aquino. Divenni un cattolico fervente e ciò dette un senso all’intera realtà. Poi però, ragionando sulla Fede, mi posi cento problemi e arrivai alla conclusione che quell’edificio razionalmente non stava in piedi. Qualcuno avrebbe potuto chiamare la mia crisi “religiosa” ma in realtà fu “intellettuale”. Prima avevo creduto perché convinto dai ragionamenti, poi smisi di credere perché non sapevo obiettare più nulla ai miei stessi ragionamenti. Avrei preferito continuare a credere ma non potevo nulla contro la mia razionalità e vissi quel cambiamento di prospettiva con autentico strazio.

Per un tempo che a quell’età mi era sembrato lunghissimo, il Cattolicesimo era stato la spina dorsale del mio pensiero, e all’incirca a sedici anni la decostruzione di quella teoria mi obbligò ad accettare il sistema di pensiero risultante da quella demolizione. Non fu impresa da poco. Venendo meno Dio, l’anima e in generale lo spirito, tutto crollò. Fu come abbandonare i grattacieli e ricominciare dalle caverne.

La gente non ci pensa, e non ci pensano neppure i miscredenti, ma non è che si possa togliere Dio dal panorama lasciando il resto invariato. Se Dio non esiste, o se esistendo non si occupa degli uomini (fa lo stesso), e l’uomo non è stato creato da Lui, la vita umana non ha senso. O, almeno, l’uomo non ha più senso di qualunque altro animale. Lo stesso l’Universo, se non è stato creato per un fine, è pura materia, e non può avere uno scopo. Dunque aveva ragione Shakespeare: “La vita è una favola narrata da uno sciocco, piena di strepito e di furore, che non significa nulla”. Non è verità da poco.

L’intera realtà va guardata con altri occhi. Mentre gli uomini credono confusamente che ci sia qualcosa al di là dell’evidenza quotidiana – e parlano di Bene, di Legge, di Morale come di valori oggettivamente esistenti, al di fuori del nostro pensiero personale – in realtà al di fuori e aldilà non c’è assolutamente niente. Il Bene è ciò che gli uomini, secondo i tempi, i luoghi, e gli interessi di chi ha il potere, dichiarano Bene. La Legge non è diversa dal Bene. La Morale, lo dice la stessa etimologia, è il risultato delle convinzioni prevalenti dei singoli. Certo, è meglio che non si uccida, ma soltanto perché, se ci fossero molti omicidi, avremmo paura per noi stessi e non vivremmo tranquilli. L’unica cosa che esiste è la materia. Il mondo in cui crediamo di vivere, quello in cui sembra che ci sia “molto di più”, non è che la rappresentazione mentale di ciò che siamo riusciti ad organizzare, come guide del vivere insieme. Siamo maggiormente intelligenti, rispetto agli altri mammiferi, ma non diversamente intelligenti.

In particolare, la realtà non mostra nessuna prova dell’esistenza di un’anima immortale e per giunta la sua sostanza “spirituale” sarebbe in contraddizione con l’essere all’interno del nostro corpo, come già obiettavo durante la mia crisi religiosa. Ciò che è all’interno e non all’esterno ha una frontiera fisica, e dunque non è spirituale.

Comunque l’anima è un’ipotesi di cui non abbiamo bisogno. Chiunque abbia avuto un cane ve lo confermerà. E ovviamente, non esistendo l’anima e non essendo spirituale, nulla può sopravvivere alla nostra morte. Non ha senso parlare di aldilà, di inferno, di paradiso, di giudizio universale. Siamo degli esseri il cui orologio biologico è programmato per farci invecchiare e morire. I discorsi che i preti fanno in occasione dei funerali sono da schiaffi.

La mia decostruzione fu coerente, spietata, totale. Non rimase in piedi nulla. Non fu soltanto un individuo insignificante come me a rimanere orfano e solo. Divennero dei falliti esistenziali assolutamente tutti gli esseri umani, anche se non se ne accorgevano e si davano delle arie. Qualcuno potrebbe definire questa posizione nichilista, ma era soltanto la conseguenza della morte di Dio.

Questa visione della realtà fece svanire le sovrastrutture, le ubbie e i sogni della società umana. Le nuvole si erano diradate, la visione aveva contorni chiari, addirittura scolpiti, e il Sole non era certo colpevole di mostrare un deserto di pietre. La mia vita non aveva senso e non valeva la pena di strapazzarsi per nessuno scopo. Perché nessun fine valeva nulla. Come scrisse Jules Laforgue: “Et devant ta présence épouvantable, ô Mort, Je songe qu’aucun but ne vaut aucun effort”, e dinanzi alla tua spaventosa presenza, o Morte, mi accorgo che nessuno scopo vale alcuno sforzo.

Perché trascurare la bellezza di albe e tramonti, perché rinunciare al riflesso della luna sul mare, soltanto per non perdere qualche ora di studio o, peggio, un buon voto agli esami? Chi mi diceva che non sarei morto prima di godere del frutto delle mie fatiche? Così ero già il professionista del non far nulla di utile. Ero per la vita contemplativa, senza nemmeno sapere che la raccomandava caldamente Aristotele.

La parola “cosmo” oggi significa universo, ma in origine significava “ordine”. Infatti gli uomini credono di vivere in un universo ordinato. In realtà, già allora, gli uomini erano per me degli animali nemmeno tanto pensosi, e certo non tali da meritare la qualifica di “sapiens”. Il panorama intellettuale risultante dalla mia crisi adolescenziale, se vogliamo chiamarla così, può far paura, ma per un’intera, lunga vita, esso mi ha fornito un indefettibile orientamento che nessun fenomeno mai è venuto a turbare. Forse l’ho pagato caro, ma non è stato un cattivo acquisto.

I principi che reggevano la società umana erano privi di base. Dostoevskij ha sbagliato, scrivendo la famosa frase: “Se Dio è morto allora tutto è lecito”. La morte di Dio non è l’autorizzazione a divertirci come ragazzini incustoditi, è l’ordine di farci carico di noi stessi e del nostro destino. Io sentii allora il bisogno di costruirmi una morale e per fortuna la trovai, d’istinto, nell’utilitarismo. “Vivi moralmente perché vivere in modo morale è più comodo che vivere in modo immorale”. Naturalmente ciò implicava che, se l’immoralità mi fosse venuta comoda e non avesse comportato rischi, avrei dovuto adottarla con entusiasmo. Dunque in campo sessuale sono sempre stato del tutto immorale. Ciò che due adulti consenzienti possono fare di comune accordo non riguarda affatto i terzi. Sono stato per l’eutanasia, per le unioni degli omosessuali, e per la libertà di ogni comportamento che non riguardi gli altri.

Forse la tragedia della mia adolescenza fu determinata dall’aver preso tanto sul serio la religione e le sue implicazioni. Mentre per molti Dio è una convenzione fra le altre, per il teologo, venuto meno quel pilastro, vien giù tutto. Rimane un cielo vuoto e, sotto di esso, una realtà puramente materiale. Tutto ciò di cui la gente si riempie la bocca – gli ideali, il senso della storia, le religioni, le filosofie, i pregiudizi e perfino le superstizioni – sono scomparsi. Tutte le cose cui la gente attribuisce una sorta di esistenza autonoma, divengono inconsistenti idola. Un modo di dare sostanza a semplici concetti. Un’allucinazione prodotta dal linguaggio, quasi che ogni parola rimandasse ad un oggetto effettivamente esistente, dietro di essa e al di là di essa.

Del resto, non è forse questa l’origine del concetto di anima? Che cos’è, questa cosa impalpabile, se non un’indebita sostanzializzazione del pensiero? L’unica cosa certa è che pensiamo e il pensiero non è un “qualcosa” in sé: è soltanto l’attività del cervello, come il movimento del braccio è l’attività del braccio. Il nostro stesso “io” non esiste in sé, è soltanto il momento in cui col pensiero ci riferiamo a noi stessi.

La decostruzione delle illusioni è seria quando è totale. Purtroppo, quando riesce, piuttosto che scrivere un libro per enumerare tutte le cose che non esistono, diviene più facile indicare ciò che è rimasto: ed è rimasta soltanto la materia.

Non potevo fare una carriera di filosofo, se tutto ciò che avevo da dire era: “Non c’è niente da dire”.

 

Una confessione – di Gianni Pardo

 

Le persone emotive sono per me un’occasione – a volta a volta – di disagio, di paura, di diffidenza. Più raramente di disprezzo. A volte le reazioni negative sono compensate dalla simpatia umana, perché non è che il giudizio umano sul loro conto sia negativo, ma nel contatto non riesco mai ad eliminare un sentimento di distanza e di estraneità.

L’emotività è collegata all’affettività e la mancanza d’affettività è una patologia. Chiunque non avesse mai emozioni sarebbe un malato di mente. Ma qui si parla di emotività in senso corrente, cioè di un’influenza superiore alla media dell’affettività sulle idee e sui comportamenti. Il giudice può sentire antipatia o simpatia per l’imputato, e  ciò fa parte della normale affettività; ma si devia verso l’inaccettabile se il magistrato tende ad assolvere l’imputato simpatico, anche se probabilmente colpevole, ed a condannare l’antipatico, anche se probabilmente innocente. Se fosse possibile effettuare una scrematura, bisognerebbe escludere dalla “giudicante” i magistrati emotivi. Ma già, bisognerebbe cominciare con l’escludere quelli che hanno un equilibrio psichico precario, come si fa per i piloti di linea. Ma questo argomento è tabù.

L’emotivo è spesso una persona onesta e in buona fede, ma non per questo affidabile. Ecco un ricordo esemplare. La professoressa di chimica Angela Crea Zelarovich interrogava Umberto Lima e, benché il ragazzo rispondesse accettabilmente, non era mai soddisfatta. Il voto massimo era sempre cinque. Finì che il ragazzo all’università si iscrisse in chimica e divenne un professionista della materia. Io invece fui più fortunato. Arrivato in classe da altra sezione fui subito avvertito: “Studia. Il primo voto che la Zelarovich ti darà sarà quello che avrai sempre”. E, l’ammetto, non ebbi a lamentarmi del consiglio. Per la signora, senza strapazzarmi, fui sempre più bravo di Lima.

Chi si innamora delle proprie convinzioni e dei propri entusiasmi è come se non avesse più occhi per osservare la realtà com’è. Per questo, quando percepisco che è “emotiva”, per me una persona rimane contrassegnata da una sorta di punto interrogativo: “Sarà vero, ciò che dice?” O almeno: “In che misura è vero ciò che dice?

Inoltre in questi casi divengo guardingo e quasi cambio carattere. Quando vedo che qualcuno ha convinzioni tanto forti, che quasi si indigna, a vedere si possa non pensarla come lui, scatta in me un meccanismo di difesa passiva. Dal momento che preferisco la pace alle discussioni sterili, non obietto, non contesto, faccio vaghi cenni di assenso e aspetto soltanto di riuscire a sganciarmi.

Avendo a che fare con certe persone, in passato mi succedeva addirittura di averne paura. Non che fossi aggredito o minacciato: avveniva soltanto che,  incongruamente e assolutamente fuori contesto, mi si ripresentava in mente l’immagine dell’interlocutore che diveniva violento e passava a vie di fatto. Vuoi vedere, mi chiedevo, che sento l’odore della violenza come i cani sentono quello della paura? La cosa curiosa è che questo fenomeno si produceva anche con persone che non avevo mai visto violente. Forse interpretavo l’emotività trattenuta come violenza.

Il colmo l’ho vissuto con una persona della mia famiglia – un’emotiva conclamata – che sposava le mie idee e le affermava con gli altri così appassionatamente, che io avrei quasi voluto contestarle. Espresse in quel modo, non mi parevano più le mie.

Riguardo all’enfasi, una parola definitiva l’ha detta Talleyrand, con questa frase: “Tout ce qui est excessif est insignifiant” (tutto ciò che è eccessivo è insignificante). Quanto più una tesi è forte e importante, tanto più bisogna esporla pacatamente e senza punti esclamativi. Ciò sottolineerà la sua capacità di convincere senza il sostegno di inutili coloriture.

Chi non è un emotivo si fa spesso la fama di uomo freddo e razionale. In realtà ha la mente ordinata e non dimentica che l’affettività è cosa positiva. Basti dire che conduce all’amore e rende sensibili all’arte. La razionalità invece opera in un’altra direzione. Non serve a togliere sapore alla vita, serve ad identificare ed accettare la verità anche quando è sgradita. Naturalmente, se usa lo stesso metro nei confronti dei terzi, è giudicato duro e severo, ma sono i terzi, ad essere in torto. Devono prendersela con la realtà, nel caso, non con chi gliela mostra.

L’emotività parassitaria è soltanto un inconveniente.

 

LE AZIONI MILITARMENTE UTILI – di Gianni Pardo

L’attentato di via Rasella, a Roma, fece trentatré vittime fra i “tedeschi” (erano di Bolzano) più altri feriti, e due italiani innocenti. I tedeschi reagirono con il massacro delle Fosse Ardeatine, in cui furono uccisi dieci italiani per ogni tedesco, più cinque per errore. Senza quella feroce rappresaglia, l’attentato sarebbe stato forse dimenticato, ma 335 persone ammazzate sono troppe, e l’episodio si è trasformato in un doloroso monumento alla Resistenza.

Secondo il parere unanime dei giuristi militari che si occuparono di questa vicenda (a cominciare da quelli inglesi), ai sensi della Convenzione dell’Aia del 1907 gli attentati contro le forze militari occupanti un territorio erano illeciti. In questi casi la rappresaglia – sempre secondo le leggi di guerra, anche attuali – è normale. Dunque i membri del Gruppo d’Azione Partigiana che pianificarono e attuarono quell’azione sapevano di doversi aspettare una reazione. Magari non immaginavano la morte di oltre trecento persone, ma certo giocavano sulla pelle altrui. Ciò malgrado, nell’incontrastabile retorica resistenziale, si è volenterosamente dimenticato che essi sono stati la causa diretta della rappresaglia e sono stati considerati valorosi combattenti. Il massacro delle Fosse Ardeatine è stato addebitato esclusivamente alla ferocia nazista, quasi fosse stato del tutto immotivato. È stato eccessivo, ma non immotivato. E per giunta quelli che l’hanno attuato hanno ottenuto che fosse meno grave di ciò che chiedevano Hitler ed altri militari tedeschi.

La rappresaglia fu giustificata, ma ne rimane discutibile la modalità. Personalmente non sono mai riuscito a fare completa luce sulla legge del tempo, riguardo al numero delle vittime previsto. Ma in materia di conflitti c’è un punto più conducente delle stesse norme stabilite con le varie Convenzioni di Ginevra: il fatto che la guerra è un fenomeno sociale eterno, più legato all’etologia della specie umana che al diritto.

La guerra è una cosa tremenda. In essa viene meno ogni freno morale, giuridico o semplicemente umano. Ciascuno agisce come gli conviene, anche in modo criminale. Per giunta, recentemente (XX Secolo) la guerra “di annientamento” ha ripreso la mentalità delle invasioni barbariche. Non si è più trattato soltanto, come un tempo, di piegare la volontà del nemico: in qualche caso si è voluto sterminarlo o renderlo schiavo, come intendeva fare Hitler con gli slavi. E quando si è magari trattato soltanto di costringerlo alla resa, lo sterminio dell’intera popolazione è stato efficacemente minacciato, con le bombe di Hiroshima e Nagasaki. Naturalmente, se allora il Giappone avesse avuto la possibilità di distruggere in un solo colpo l’intera California, l’avrebbe fatto.

Ciò pone un interrogativo: se non c’è modo di resistere, qual è la risposta giusta? È chiaramente quella che Hiro Hito impose ai suoi: la resa. L’ “economia di guerra”, già esplicitata da Clausewitz, è chiara: se, con un mio danno di valore dieci, provoco al nemico un danno di valore venti, l’azione mi conviene; se provoco un danno che vale dieci, e ne subisco uno che vale venti, l’azione va evitata. Proprio in base a questa logica, qualunque attentato contro le forze occupanti è, prima che illecito, semplicemente stupido. Non soltanto non avvicina la vittoria ma provoca più sofferenze alla popolazione che ai militari nemici. Questi infatti fruiscono di una schiacciante superiorità militare, nei confronti della popolazione.

L’epopea della Resistenza è stata in tutta l’Europa la risposta alla frustrazione degli sconfitti, un immaginario riscatto del proprio onore militare. Mai ha avuto, o avrebbe potuto avere, alcuna efficacia sulla vittoria. E infatti perfino i comunisti che progettarono l’attentato di via Rasella si rendevano conto che la cosa non avrebbe avuto alcun peso militare. Essi intendeva scuotere la popolazione dal suo “torpore”, inducendola a reagire (come?) e a non attendere passivamente la “liberazione” da parte delle truppe alleate. Ma queste parole appartengono alla letteratura, se non alla retorica, e certo non fanno il peso contro il sangue di 335 innocenti.

Purtroppo i comunisti avevano allora come regola un certo disprezzo per la vita umana. Stalin non massacrò milioni di Kulaki per il piacere del massacro, ma perché resistevano alla sua rivoluzione agraria. Essi potevano morire di fame oppure essere deportati o uccisi perché la riforma valeva più di tutti loro. La vita umana (naturalmente altrui) non pesava nulla, di fronte al trionfo del socialismo reale. O comunque dello scopo che ci si era prefissato.

In realtà, nel 1944, si combatteva con ben altre armi. Lo stesso De Gaulle, quando ha pensato di organizzare le Forces Françaises Libres, l’ha fatto in termini militari. E quando entrò per primo a Parigi lo fece con la “Deuxième Blindée”, una divisione blindata. Era così che si vinceva allora, sul campo di battaglia, non con gli attentati, che sono l’equivalente bellico del terrorismo.

Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it

4 maggio 2016

IL PENSIERO NEBBIOSO di Gianni Pardo

Chi è abituato a capire vive con una sorta di sconforto l’esperienza di non capire. Per esempio, quando si scontra col mistero del pensiero di Hegel o di Jacques Lacan. Ma prima di chinare la testa ognuno ha il diritto di chiedersi: “Non sto comprendendo un pensatore o non sto aderendo alla predicazione di un profeta? Sono io, che ho le idee confuse, o le aveva lui?”

Naturalmente, bisogna andarci piano. Ci sono molte persone che il pensiero di Hegel lo hanno capito: i professori di filosofia, ad esempio. Diversamente non potrebbero insegnarlo. E per quanto riguarda Lacan in passato ci sono state intere legioni di lacaniani. Sicché colui che non capisce qualche pensatore “oscuro”, come Eraclito, deve innanzi tutto chiedersi: “Sono io che non capisco, o sono gli altri che credono di avere capito e non hanno capito niente?”

La prima ipotesi è di gran lunga la più seria. Come disse una volta qualcuno, “è improbabile che tutta l’intelligenza del mondo si sia rannicchiata nel mio cervello”. Ma la seconda ipotesi non è sicuro che sia falsa: e questo è importante. Qualche principio per orientarsi sarebbe dunque utile.

Dinanzi ad ogni mistero, bisogna chiedersi se si sia attrezzati per affrontarlo. Moltissimi sono disarmati dinanzi ad un’espressione matematica: e qui non c’è nessun mistero, c’è solo incompetenza. E poiché non si può essere competenti in tutto, bisognerà accettare ciò che dicono i matematici, i chimici, i medici, e gli specialisti in genere. Ma “accettare” non significa “dichiarare vero”, significa “riferire come accettato dai competenti”: e questo è lo schema delle “verità scientifiche”, valide fino a prova del contrario.

Proprio in questi giorni si è parlato di particelle che si spostano nello spazio “più veloci della luce”, cosa che un certo Albert Einstein – dinanzi al quale ci eravamo inchinati – aveva dichiarato perfettamente impossibile. Quelle particelle sono effettivamente più veloci della luce? A questa domanda non siamo tenuti a rispondere. E neanche a quest’altra: “Si può eludere la legge di gravità?” Al massimo si potrà dire: “Per quello che ne so, fino ad oggi no”.

Ma proprio questo esempio conduce ad un secondo principio. Se qualcuno dice che è stato trovato il modo di sospendere la legge di gravità bisogna soltanto ridere. Perché, se fosse vero, la notizia non sarebbe data al bar, da quel signore, ma farebbe più volte il giro del mondo nella prima mezz’ora. Abbiamo tutti il dovere di un sano scetticismo. È dunque lecito rigettare risolutamente, fino a prova del contrario, tutto ciò che appare assurdo.

Ma come comportarsi nei confronti di ciò che non si capisce chiaramente? Posto che si sia accettabilmente alfabetizzati, tanto da essersi fatta un’idea di ciò che pensavano Socrate e Machiavelli, Tommaso d’Aquino e Nietzsche, quando si incontra un pensiero “nebbioso” si ha tutto il diritto di dire: “Non ho capito ma non per questo ci credo”. È sciocco accettare una verità solo perché altri ci dicono che è una verità. Fede significa fiducia, non razionalità.

Per millenni e millenni si è parlato del cielo come di qualcosa che stava sopra di noi, un posto in cui andavano le anime dei morti e in cui risiedeva Dio. Ma con la terra tonda il cielo non è più sopra di noi. È anche a destra, a sinistra ed anche sotto di noi, dall’altra parte del globo. Inoltre sappiamo che se la terra avesse il raggio di un metro, l’atmosfera non raggiungerebbe il millimetro: il resto è freddo vuoto siderale. Dove sono le anime? A questo punto qualcuno risponde: “Il cielo di cui si parla qui è un cielo spirituale” e il pensiero nebbioso raggiunge il suo culmine. Perché richiesti di spiegare che cos’è un “cielo spirituale” nessuno è in grado di dirlo. Anche se qualcuno se la cava con una petitio principii: “Il cielo spirituale è quello in cui ci sono le anime dei morti e in cui c’è Dio”. Ragionamento che somiglia a quelli che dicono: “Lo yeti esiste. La prova è che ne stiamo parlando”.

Ecco perché il pensiero di Hegel può non convincere. Troppe delle sue affermazioni sono dogmatiche e contrarie all’esperienza. Tesi, antitesi, sintesi? E se un coniglio è la tesi, qual è l’antitesi? La lepre o la balena? E come si dimostra che tutto è pensiero? Ecco perché l’uomo di buon senso, a Bisanzio, non avrebbero sostenuto che gli angeli erano maschi o femmine ma avrebbe chiesto: “Che prova avete, che esistano?”

Dopo tutto questo rimane probabile che Hegel abbia detto cose intelligentissime. Ma questo non deve indurci a definirle tali: perché non avendole capite non abbiamo il diritto di dare un giudizio su di esse.

11 gennaio 2012

Cattolico a modo mio – di Gianni Pardo

Per i protestanti uno dei capisaldi della dottrina è la libera interpretazione delle Scritture; per i cattoli­ci l’unica lettura corretta è quella che impone la Chiesa. Il Cattolicesimo è una religione minuziosamente codificata: i suoi principi sono immutabili; il Papa è infallibile quando parla ex cathedra; chi nega anche uno solo dei dogmi (“verità di fede”) è un eretico. Fino al 1949 era lecito pensare che le ossa di Maria Vergine fossero essere da qualche parte in Palestina, dal 1950 (proclamazione del dogma dell’As­sunzione), chi lo pensasse sarebbe eretico. In materia di fede la Chiesa Cattolica non lascia nessuno spazio per la libertà intellettuale. Il ragiona­mento puramente logico è chiamato libero pensiero ed è condan­nato. Una simile istituzione non piace? Nessuno è obbligato ad essere cattolico. Nessuno però può pretendere di appartenere ad una data chiesa se non sottostà alle sue condizioni. Il divieto di mangiare carne di maiale sarà pure stupido ma la religione islamica l’impone: dunque chi vuol essere un musulmano osservan­te non può consumarla.

Sbaglia chi dice: “Sono cattolico ma a modo mio. Non credo a tutto quello che dicono i preti”. Infatti così si confessa  protestante: quegli eretici che negano l’autorità papale e alcuni sacramenti.

La Chiesa sa di avere una dottrina rude e poco attuale. Se la mostrasse nella sua nuda natura, ben pochi oserebbe­ro proclamarsi cattolici. E infatti i preti giocano sull’equivoco: questi due giovani hanno fatto l’amore? E allooora! Deus Caritas est. Se Dio è amore, l’amore non è peccato. Bella battuta, ma confonde Caritas e scopate. Per la dottrina il sesso fuori dal matrimonio è peccato mortale e l’assoluzione si può ottenere solo promettendo seriamente di non commettere più lo stesso peccato. O i parroci possono abrogare il Decalogo? Purtroppo la Chiesa di base tende ad un successo quantitativo: preferisce migliaia di finti fedeli che vivono da pagani a pochi veri credenti, segno di contraddizione.

“Ma forse la dottrina della Chiesa si è evoluta”, azzarda qualcuno: e invece per le questioni di dottrina la  dottrina della Chiesa non può evolversi. Il celibato dei preti è una tradizione e domani la Chiesa potrebbe permettere ai preti di sposarsi: ma né domani né mai la Chiesa potrà rinunciare alla Trinità. O perfino all’assunzione in cielo del corpo di Maria. Perché secondo la dottrina della Chiesa i dogmi sono proclamati su ispirazione dello Spirito Santo ed è difficile immaginare Dio che cambia opinione e dice: “Scusatemi, ho sba­gliato”.

Quando Paolo VI ha riaffermato la verità dell’Inferno senza fine molti si sono scandalizzati: una simile spietatezza era fuori moda e molti la davano per assurda. Invece l’Inferno è citato nel Credo e questo testo (simbolo di Nicea) è tecnicamente una lista di verità di fede per distinguere i cristiani dai non cristiani. La Chiesa le sue opinioni le ha enunciate come verità immutabili ed ha anche stabilito che non poteva sbagliarsi.

Molta brave gente crede che basti essere persone per bene per essere buoni cattolici. E questa è una grossa bestialità. Non solo morale e religione non sono la stessa cosa ma possono entrare in conflitto. Abramo che si appresta a sacrificare l’attesissimo e diletto figlio Isacco viola la più importante delle leggi morali (non uccidere, il proprio figlio per giunta), ma Abramo è un patriarca proprio perché obbedisce al comando divino. Il messaggio è: non è giusto fare ciò che è giusto, è giusto fare ciò che Dio ordina. Dovendo scegliere fra la norma morale e la norma religiosa il cattolico deve scegliere la norma religiosa. E non solo nei lontani tempi biblici: oggi un uomo deve cercare di avere figli, anche se poi non avrà di che nutrirli? Per la Chiesa sì, non ci sono dubbi. L’uso del preservativo è pecca­to mentre il fatto che una nidiata di bambi­ni muoia di fame non è peccato: è un problema da lasciare alla Divina Provvidenza.

Rimane certo possibile essere buoni cattolici. Basta astenersi dal sesso fuori dal matrimonio. Basta non divorziare. Basta, se separati, rinunciare al sesso fino alla morte (cinquant’anni di castità), senza neppure il conforto dell’auto-soddisfazione.  E comunque il buon cattolico deve rinunziare a qualunque cosa pur di non perdere la messa la domenica: qualunque cosa è infatti meno importante di un peccato mortale che in quanto tale conduce all’inferno. Quanta gente segue questo precetto?

Il Cattolicesimo è una religione incapace di convivere quietamente con tutti i nostri inte­ressi e i nostri capricci. Perché pretendere allora di essere cattolici, se non lo si è?

 

La storia del canestro – Gianni Pardo

Si legge sui giornali che a Dallas un allenatore, Micah Grimes, ha condotto la sua squadra femminile di basket a vincere contro la squadra avversaria col punteggio di cento a zero e poi è stato licenziato perché ha rifiutato di scusarsi con le perdenti.

I greci erano del parere che chi vinceva era moralmente migliore del perdente, diversamente gli dei non l’avrebbero favorito; nella mentalità del Bushido, codice morale dei guerrieri giapponesi, il nemico che si arrendeva meritava il disprezzo perché non era morto combattendo, ma nei tempi recenti le cose sono cambiate. Oggi bisogna chiedere perdono se si vince umiliando l’avversario. L’occidentale si vergogna della propria superiorità passata e presente. Delle crociate e della conquista dell’America latina vede solo i lati negativi. Ad ogni piè sospinto si precipita a sottoscrivere le accuse più inverosimili in materia di colonialismo. Arriva a farne una teoria: la civiltà romana o greca da un lato, la civiltà bantù o kikuyu dall’altro, sono solo “diverse”. Non si deve dire che Aristotele non ha il suo corrispondente in lingua swahili: qualche stregone potrebbe sentirsi discriminato.

Ogni eccesso è un errore e soprattutto non bisogna trasformare la magnanimità in un dovere. Se un generale vince una battaglia può generosamente cercare scuse al collega battuto: può parlare di diversità di armamenti, di fattori imprevisti o addirittura di fortuna, ma quell’eventuale atteggiamento è solo una forma di eleganza: in realtà, come ha scritto Tucidide, “nessun vincitore crede mai alla fortuna”. E comunque quelle parole non danno affatto al vinto il diritto di prenderle sul serio. Chi ha perso, se vuole avere la stessa eleganza del vincitore, deve solo dire che il campo di battaglia ha solo dimostrato chi era il migliore e che lui ha meritato la sua sorte. Se invece pretende le scuse del più forte ha un comportamento demenziale, contrario persino alla più elementare etologia.

Nel caso della squadra di basket, l’allenatore che si è rifiutato di scusarsi è una persona normale. Avrebbe dovuto farlo se le sue ragazze avessero violato qualche regola del gioco: ma così non è stato e dunque non c’era nessuna ragione di battersi il petto. Doveva piuttosto chiedere scusa l’allenatore della squadra perdente: non avrebbe dovuto accettato di giocare l’incontro con una squadra di valore tanto diverso. Chi lancia una sfida di cui non è all’altezza non merita solo la sconfitta, merita l’irrisione.

A voler concedere qualcosa alle persone di cuore, si può ammettere che Mr.Grimes avrebbe potuto compiere un gesto di pietà nei confronti delle perdenti. Avrebbe potuto per esempio – come ipotizzato – dare la colpa all’allenatore: ma che gli si imponga di scusarsi, e addirittura che lo si punisca per non averlo fatto, è troppo. È il sintomo di un mondo che non crede più a se stesso.

Gli occidentali non si attribuiscono più il diritto di vincere e si annega in un’ipocrita melassa. Oggi la retorica vuole che tutti siamo uguali: forti e deboli, giovani e vecchi, vincenti e perdenti, belli e brutti. Gli stessi minorati non sono più tali e forse i ciechi, “diversamente abili”, hanno il radar. Non sarebbe più semplice chiamarli col loro nome e cercare di non discriminarli? Né bisogna dimenticare un ultimo imperativo, cui tiene molto la sinistra: devono essere uguali anche i ricchi e i poveri, nell’unico modo possibile: rendendo tutti poveri.

In realtà le diseguaglianze sono come la legge di gravità: non si lasciano impressionare dalla political correctness. Ed è un peccato: perché diversamente  i vecchi potrebbero corteggiare le ventenni.

L’etologia è implacabile. Il pesce grosso mangerà sempre il pesce piccolo, il forte continuerà a battere il debole e l’intelligente continuerà a ridere del cretino.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, piuttosto perdente che vincente.

31 gennaio 2009

DIO ESISTE?

di Gianni Pardo

DIO ESISTE?

Che cosa si penserebbe di un Congresso Filosofico Internazionale per discutere se sia meglio bere Coca Cola o Pepsi Cola? Naturalmente che i professori sono ammattiti. E questo giudizio perentorio non nascerebbe dall’irrilevanza del problema – nient’affatto secondario per le industrie interessate – ma dalla sua insolubilità. I favorevoli all’una o all’altra bevanda in fondo non potrebbero che dire: “io preferisco questa”, “io preferisco quella”.

A volte l’insolubilità dipende dal fatto che de gustibus non est disputandum, non bisogna discutere dei gusti, a volte il problema, pure razionale (il riscaldamento della Terra è di origine antropica?), è insolubile nel senso che non c’è una dimostrazione che convinca pressoché tutti.

Il problema dell’esistenza di Dio è razionale ma rimane razionalmente insolubile. A questa conclusione è giunto Immanuel Kant (che pure personalmente era credente) e da allora si è smesso di accapigliarsi. Chi vuole credere crede, chi non vuole credere non crede.

C’è di più. Credere o no nell’esistenza di un Dio provvidenziale – che, diversamente dal Dio di Aristotele, si occupa di noi esseri umani – non è una questione meramente metafisica. Chi crede ha qualcuno cui rivolgersi, in caso di bisogno; può sperare che la morte non sia definitiva; può pensare che malgrado tutto Qualcuno dirige il destino dell’umanità; che alla fine ci sarà giustizia per tutti. Dunque rinunciare al Dio cristiano non sarebbe, per molti, solo cambiare un’idea ma modificare in senso pessimistico l’intera visione della vita. L’ateo infatti è un orfano. Proprio per questo l’iniziativa di scrivere sugli autobus la frase: “La cattiva notizia è che Dio non esiste, quella buona è che non ne hai bisogno” è in larga misura insulsa. Gli atei sprecano i loro soldi. Nessuno cambierà opinione per aver letto quella pubblicità. I bacchettoni si indigneranno, come se fosse sconveniente mettere in dubbio l’esistenza di Dio, per giunta facendo dell’umorismo, i normali credenti, se persone di spirito, sorrideranno e basta.

L’episodio è una buona occasione per osservare che le idee religiose e le idee politiche si presentano ai loro portatori con connotati di tale evidenza da indurre all’intolleranza. Il credente non si capacita che si possa essere atei e il liberale che si possa essere comunisti: per questo tutti credono che, con qualche buona argomentazione, si metterà l’altro con le spalle al muro. E invece ciò non avviene mai. Capita che ci si converta da un’ideologia a quella opposta, ma la cosa avviene per ragioni esistenziali e lungo un arco di tempo notevole. L’illuminazione sulla via di Damasco o è leggenda o è un caso raro. Tutto ciò che è legato all’affettività – e Dio sa se la religione e la politica lo sono – è estremamente vischioso. Ecco perché i trattamenti psicoanalitici durano tanto: non si tratta di spiegare al nevrotico il meccanismo del male di cui soffre, si tratta di ricondizionarlo dal punto di vista affettivo. Ecco un esempio (di Michel de Montaigne) che vale per tutti: se dovessimo imparare a camminare su una tavola fra due edifici, al quarto piano, non basterebbe certo spiegarci che, così come sapremmo farlo se quella tavola fosse posata per terra, nello stesso modo possiamo farlo a quell’altezza. Per impararlo – ammesso che ci riusciamo – avremmo bisogno di un bel po’ di tempo. L’intelligenza e l’emotività conducono spesso a conclusioni diverse ed è praticamente sempre la seconda a prevalere.

Non vorremmo che l’iniziativa dimostrasse che gli atei, oggi, cominciano ad avere l’atteggiamento tendenzialmente intollerante di chi si indigna per il fatto che gli altri la pensino diversamente. Deprecano, con ragione, l’Inquisizione perché voleva imporre a tutti di credere e vorrebbero suggerire di non credere? Forse la frase giusta sarebbe stata: “Dio esiste? Dio non esiste? Affari vostri”.

Gianni Pardo giannipardo@libero.it

15gennaio 2009